7825 caratteri da “Gli amori difficili” di Italo Calvino (1976)

1 Ott

L’avventura di due sposi.

L’operaio Arturo Massolari faceva il turno della notte, quello che finisce alle sei. Per rincasare aveva un lungo tragitto, che compiva in bicicletta nella bella stagione, in tram nei mesi piovosi e invernali. Arrivava a casa tra le sei e tre quarti e le sette, cioè alle volte un po’ prima alle volte un po’ dopo che suonasse la sveglia della moglie, Elide.

Spesso i due rumori: il suono della sveglia e il passo di lui che entrava si sovrapponevano nella mente di Elide, raggiungendola in fondo al sonno, il sonno compatto della mattina presto che lei cercava di spremere ancora per qualche secondo col viso affondato nel guanciale. Poi si tirava su dal letto di strappo e già infilava le braccia alla cieca nella vestaglia, coi capelli sugli occhi. Gli appariva così, in cucina, dove Arturo stava tirando fuori i recipienti vuoti dalla borsa che si portava con sé sul lavoro: il portavivande, il termos, e li posava sull’acquaio. Aveva già acceso il fornello e aveva messo su il caffè. Appena lui la guardava, a Elide veniva da passarsi una mano sui capelli, da spalancare a forza gli occhi, come se ogni volta si vergognasse un po’ di questa prima immagine che il marito aveva di lei entrando in casa, sempre così in disordine, con la faccia mezz’addormentata. Quando due hanno dormito insieme è un’altra cosa, ci si ritrova al mattino a riaffiorare entrambi dallo stesso sonno, si è pari.

Alle volte invece era lui che entrava in camera a destarla, con la tazzina del caffè, un minuto prima che la sveglia suonasse; allora tutto era più naturale, la smorfia per uscire dal sonno prendeva una specie di dolcezza pigra, le braccia che s’alzavano per stirarsi, nude, finivano per cingere il collo di lui. S’abbracciavano. Arturo aveva indosso il giaccone impermeabile; a sentirselo vicino lei capiva il tempo che faceva: se pioveva o faceva nebbia o c’era neve, a secondo di com’era umido e freddo. Ma gli diceva lo stesso: – Che tempo fa? – e lui attaccava il suo solito brontolamento mezzo ironico, passando in rassegna gli inconvenienti che gli erano occorsi, cominciando dalla fine: il percorso in bici, il tempo trovato uscendo di fabbrica, diverso da quello di quando c’era entrato la sera prima, e le grane sul lavoro, le voci che correvano nel reparto, e così via.

A quell’ora, la casa era sempre poco scaldata, ma Elide s’era tutta spogliata, un po’ rabbrividendo, e si lavava, nello stanzino da bagno. Dietro veniva lui, più con calma, si spogliava e si lavava anche lui, lentamente, si toglieva di dosso la polvere e l’unto dell’officina. Così stando tutti e due intorno allo stesso lavabo, mezzo nudi, un po’ intirizziti, ogni tanto dandosi delle spinte, togliendosi di mano il sapone, il dentifricio, e continuando a dire le cose che avevano da dirsi, veniva il momento della confidenza, e alle volte, magari aiutandosi a vicenda a strofinarsi la schiena, s’insinuava una carezza, e si trovavano abbracciati.

Ma tutt’a un tratto Elide: – Dio! Che ora è già! – e correva a infilarsi il reggicalze, la gonna, tutto in fretta, in piedi, e con la spazzola già andava su e giù per i capelli, e sporgeva il viso allo specchio del comò, con le mollette strette tra le labbra. Arturo le veniva dietro, aveva acceso una sigaretta, e la guardava stando in piedi, fumando, e ogni volta pareva un po’ impacciato, di dover stare lì senza poter fare nulla. Elide era pronta, infilava il cappotto nel corridoio, si davano un bacio, apriva la porta e già la si sentiva correre giù per le scale.

Arturo restava solo. Seguiva il rumore dei tacchi di Elide giù per i gradini, e quando non la sentiva più continuava a seguirla col pensiero, quel trotterellare veloce per il cortile, il portone, il marciapiede, fino alla fermata del tram. Il tram lo sentiva bene, invece: stridere, fermarsi, e lo sbattere della pedana a ogni persona che saliva. “Ecco, l’ha preso”, pensava, e vedeva sua moglie aggrappata in mezzo alla folla d’operai e operaie sull’”undici”, che la portava in fabbrica come tutti i giorni. Spegneva la cicca, chiudeva gli sportelli alla finestra, faceva buio, entrava in letto.

Il letto era come l’aveva lasciato Elide alzandosi, ma dalla parte sua, di Arturo, era quasi intatto, come fosse stato rifatto allora. Lui si coricava dalla propria parte, per bene, ma dopo allungava una gamba in là, dov’era rimasto il calore di sua moglie, poi ci allungava anche l’altra gamba, e così a poco a poco si spostava tutto dalla parte di Elide, in quella nicchia di tepore che conservava ancora la forma del corpo di lei, e affondava il viso nel suo guanciale, nel suo profumo, e s’addormentava.

Quando Elide tornava, alla sera, Arturo già da un po’ girava per le stanze: aveva acceso la stufa, messo qualcosa a cuocere. Certi lavori li faceva lui, in quelle ore prima di cena, come rifare il letto, spazzare un po’, anche mettere a bagno la roba da lavare. Elide poi trovava tutto malfatto, ma lui a dir la verità non ci metteva nessun impegno in più: quello che lui faceva era solo una specie di rituale per aspettare lei, quasi un venirle incontro pur restando tra le pareti di casa, mentre fuori s’accendevano le luci e lei passava per le botteghe in mezzo a quell’animazione fuori tempo dei quartieri dove ci sono tante donne che fanno la spesa alla sera.

Alla fine sentiva il passo per la scala, tutto diverso da quello della mattina,

adesso appesantito, perché Elide saliva stanca dalla giornata di lavoro e carica della spesa. Arturo usciva sul pianerottolo, le prendeva di mano la sporta, entravano parlando. Lei si buttava su una sedia in cucina, senza togliersi il cappotto, intanto che lui levava la roba dalla sporta. Poi: – Su, diamoci un addrizzo, – lei diceva, e s’alzava, si toglieva il cappotto, si metteva in veste da casa. Cominciavano a preparare da mangiare: cena per tutt’e due, poi la merenda che si portava lui in fabbrica per l’intervallo dell’una di notte, la colazione che doveva portarsi in fabbrica lei l’indomani, e quella da lasciare pronta per quando lui l’indomani si sarebbe svegliato.

Lei un po’ sfaccendava un po’ si sedeva sulla seggiola di paglia e diceva a lui cosa doveva fare. Lui invece era l’ora in cui era riposato, si dava attorno, anzi voleva far tutto lui, ma sempre un po’ distratto, con la testa già ad altro. In quei momenti lì, alle volte arrivavano sul punto di urtarsi, di dirsi qualche parola brutta, perché lei lo avrebbe voluto più attento a quello che faceva, che ci mettesse più impegno, oppure che fosse più attaccato a lei, le stesse più vicino, le desse più consolazione. Invece lui, dopo il primo entusiasmo perché lei era tornata, stava già con la testa fuori di casa, fissato nel pensiero di far presto perché doveva andare.

Apparecchiata tavola, messa tutta la roba pronta a portata di mano per non doversi più alzare, allora c’era il momento dello struggimento che li pigliava tutti e due d’avere così poco tempo per stare insieme, e quasi non riuscivano a portarsi il cucchiaio alla bocca, dalla voglia che avevano di star lì a tenersi per mano.

Ma non era ancora passato tutto il caffè e già lui era dietro la bicicletta a vedere se ogni cosa era in ordine. S’abbracciavano. Arturo sembrava che solo allora capisse com’era morbida e tiepida la sua sposa. Ma si caricava sulla spalla la canna della bici e scendeva attento le scale.

Elide lavava i piatti, riguardava la casa da cima a fondo, le cose che aveva fatto il marito, scuotendo il capo. Ora lui correva le strade buie, tra i radi fanali, forse era già dopo il gasometro. Elide andava a letto, spegneva la luce. Dalla propria parte, coricata, strisciava un piede verso il posto di suo marito, per cercare il calore di lui, ma ogni volta s’accorgeva che dove dormiva lei era più caldo, segno che anche Arturo aveva dormito lì, e ne provava una grande tenerezza.

( pagina 123 dell’edizione oscar Mondadori del 1993)

 

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Copenaghen la terra dei canguri

28 Dic

“Bella Copenaghen?  A me è piaciuta da morire, Sono appena tornata anche io!” mi dice Carinissima Fidanzata, che è stata appena presentata a tutta la compagnia dal Vecchio Amico Luca ( che per sua privacy chiameremo Lù) . Te lo giuro, carinissima nuova fidanzata traboccante di sottessa solidarietà femminile che mi strazia il cuore, voglio essere il tuo amichevole appiglio  in questo gruppo di strambi disagiati nel quale stasera ti ha trascinato il tuo ragazzo : voglio essere all’altezza delle tue aspettative cordiali e dirti che sì, Copenaghen è una straficata  assurda così potremo essere amiche per sempre.

Ma  appena prima che LU+CarinissimaFidanzata si avvicinassero al nostro tavolo ho commesso l’ ingenuo errore di dire a Jacopo, altro noto componente della mia gang di disadattati, quello che davvero penso. Siamo sull’orlo del precipizio e lo so. E lì, e aspetta solo che io indulga nella mia ipocrisia dall’animo buono.

“Sì, Sì..bella dai , molto bella” rispondo agli occhi sognanti  di carinissima fidanzata ricolmi di luccicose aspettative.

Ed è lì  che Jacopo, , sadico, puntule, spietato (e che d’ora in poi chiameremo Ja-copo per la sua privacy), manda in frantumi lo start  di quello che sarebbe probabilmente stato un lunghissimo sodalizio femminile , un rapporto di profondissimo affetto,  la migliore amicizia della mia vita.

“Sta a dì na cazzata. Je ha fatto cagare. Me l’ha detto ora.”

Grazie Ja-copo. Grazie. E mentre nella mia mente carinissima fidanzata scappa via in lacrime , ma in realtà è ancora lì e non ha fatto una piega,  io  ho il cuore a straziato e cerco di giustificarmi sputacchiando cus cus.

Ecco i motivi perchè Copenaghen fa cacare, secondo me. ( Premessa: Sono stata a Copeanghen con due membri del sopracitato gruppo di disagiati, Marta e Nicola, un week end di novembre ).

  1. Al mio arrivo a Copenaghen sono da sola, perchè M&Ns prendono l’aereo da Bruxelles, io da Roma, e arrivano più tardi. C’è un freddo che dio ce lo manda e non vedo l’ora di entrare in casa. Trovo un biglietto sulla porta:  “Dear Guest! Find the key under the flower pot”. Mi guardo intorno: nel giardino di questa sadica del cazzo ci sono almeno 40 vasi da 35 kili l’uno. Il resto lo potete immaginare. Qui sotto la foto del ritrovamento del reperto dopo alcune  incrinazioni vertebrali e psicologiche.

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Motivo numero 2.

Tutto è di legno. Oh , com’è carino e romantico! Guarda che bello: la casa è di legno, i giochi per bambini sono di legno, i mobili sono di legno, gli orecchini, le posate, la cover dell’iphone, ma che Cristo.. anche la tavoletta del gabinetto? e sopra al gabinetto di legno c’è una fotografia di una scala di legno incorniciata da una cornice di legno? maledetti malati .

3. Non credo ci sia bisogno di scrivere nulla.

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4.Tivoli. Il più grande parcogiochi natalizio del mondo. Dopo che io e M&Ns siamo stati trascinati dentro da un gruppo di spagnoli  cinquantenni con  un esaurimento nervoso e una crisi regressiva, mi rendo conto che è l’inferno. Luci Luci Luci, canti di natale continui. Maraia Carey che  risuona senza sosta nelle tue orecchie di ex bambino  affettivamente complessato dicendo che tutto quello che vuole dal natale sei tu e invece lo dice e tutti quanti. Ed è solo il venti novembre. Finiamo abruttiti a mangiare crepes alla finta nutella  in una  balena di plastica  gigante, temibile allegoria del nostro disagio, e a spaventare indifesi bambini saputelli muniti di  giochi di legno ecosostenibili.

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5. E poi questo, e come questo molti altri, trovati sullo scaffale della nostra ospite Air B&B:  è un libro per bambini ( età di lettura indicata 7-8 anni) , e non una tortura psicologica dell’Isis come è ragionevole che pensiate. Questi libri non sono un motivo per odiare Copenaghen, ma per averne paura.

6. La mia personalissima umiliazione, sperimentata in ogni luogo chiuso riscaldato.

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Brindisi, 2015.

31 Dic

A quelli a cui dicono “sei ancora junior, devi fare esperienza”. A chi prende 200 euro al mese in stage e vive con i genitori. A chi viene pagato bene, ma esce alle 9 e mezzo ogni sera perchè “è la politica dell’azienda o lo accetti o sei fuori”. A quelli che devono sentirsi dire “alla tua età c’avevo 3 figli”.  A chi non sopporta “quando eravamo nel 68, allora sì”. A chi non pensa che si viva in un modo solo. A chi ha il coraggio di cambiare e a chi costantemente va avanti.  A chi sta ricevendo questo mondo anche se chi lo deve cedere sembra non se ne sia ancora reso conto. Ai giovani che sono stanchi di essere chiamati ggiovani. A chi fallisce ma ci ha provato. A chi vince, perchè anche noi, vinciamo. Questo è per voi:

<<Sì,rimetteremo tutto in discussione. E non procederemo con gli stivali delle sette leghe, ma a passo di lumaca. E quello che troviamo oggi, domani lo cancelleremo dalla lavagna e non lo riscriveremo più, a meno che lo ritroviamo un’altra volta. Se qualche scoperta soddisferà le nostre previsioni, la considereremo con speciale diffidenza>> Galileo di Brecht

Immagine

Skype

4 Mar

Ivo Meldolesi, Vecchiette abruzzesi parlano per la prima volta al telefono, circa 1950 (Gazzetta del Popolo - archivio fotografico, cart. 76, busta 5212).

Ivo Meldolesi, Vecchiette abruzzesi parlano per la prima volta al telefono, circa 1950
(Gazzetta del Popolo – archivio fotografico, cart. 76, busta 5212).

tedeschi.

5 Feb

1.Mettere il verbo alla fine della frase in modo da obbligati ad ascoltarli fino all’ultimo.

2. Comporre il musli perfetto.

3. Avere un inconcepibile concetto di relax e tempo libero: scalare una montagna o fare il giro del mondo in bicicletta.

4.Credere che gli italiani cantino appena svegli.

5.Anche a meno 10 gradi, alzarsi una sola gamba dei pantaloni per non farli sporcare con la catena della bici.

6. Ah, ovviamente, la bici ( che se si rompe, ti aggiusti da solo)

7. Avere un trapano in casa, perchè, sai, non si sa mai.

8. Farti aspettare il tuo turno, sempre e comunque (anche se NON c’è fila).

9. Sentirsi in dovere di sgridare qualche passante almeno una volta al giorno.

10. Sentirsi in diritto di ammazzarti se stai camminando sulla pista ciclabile ( stronzo di merda!).

11. Essere convinti senza alcuna ragione che il vino biologico sia più buono di quello non biologico.

12.Il termos, il sacco a pelo, la tenda.

13. Aver viaggiato per almeno un anno in Sud america. Cosa facevi in sud america ? “ condividevo il mio tempo con la gente del posto… Facevo cose , vedevo gente”.

14.Fingere di amare la musica tecno (d’obbligo, se sei a berlino)…

15. ….Ma suonare di sera con la chitarra acustica canzoni super lacrimevoli ( sospetto equivalenti a rimmel di degregori) chiusi nel buio della propria stanzetta (nota la discrepanza con il punto 14 )

16. Dire che è “unmoglich” ( impossibile).

17. amare indiscriminatamente tutto ciò che è “autentico” o naturale, anche la cacca dei pinguini del circolo polare artico, “perchè è un fertilizzante organico”.

l’unica lezione

30 Gen

l’unica lezione che ho imparato da esperienze passate è che non si impara nessuna lezione da esperienze passate.

Superficiali, spregevoli banali generalizzazioni sulla città di Berlino.

24 Set

Uno dei miei 13 coinquilini dice che Berlino è una buona città per essere disoccupati e ha ragione. Prima di tutto, sei in buona compagnia; In secondo luogo, gli affitti non sono ancora troppo alti, almeno se messi a confronto con altre capitali europee . Ora, per favore, come preannunciato lasciatemi andare a una delle mie superficiali, spregevoli banali generalizzazioni. Grazie. Allora: a Berlino vivono i berlinesi, i turchi, e i “Di- Passaggio”; quest’ultimo numeroso gruppo, al quale appartengo anch’io a pieno titolo è una ampia e variegata categoria di cialtroni – sfaccendati senza speranza- mangiapane a tradimento ; ne fanno parte soprattutto greci, spagnoli, italiani, israeliani, artisti, fotografi -rigorosamente in analogica- , neolaureati, figli di papà che si vestono da hipsters e hipsters che si vestono da figli di papà, saccopelisti, bio-organic psicopatici, studenti da 10 anni, musicisti, dumpster divers, gente in cerca di fortuna, tirocinanti squattrinati, baristi, techno raver, letterati o presunti tali, fricchettoni, ambientalisti, drogati, dandy, o individui che si definiscono semplicemente “generalemente artistici” . Ovviamente ne fa parte a pieno titolo anche chiunque rappresenti una qualsiasi combinazione di tale sfilza di casi senza speranza . Questa peculiare fauna umana dà luogo a un via vai di gente inarrestabile , a un flusso instabile e vibrante, e dunque , inevitabilmente a una certa atmosfera carica d’energia “siamo al centro del mondo ci siamo dentro anche nooooi !” . Questo via vai è la forza e la debolezza di Berlino: non hai mai il tempo di conoscerla abbastanza , perchè o te ne vai tu, o se ne vanno coloro i quali ti stanno attorno. E’ un’evoluzione crudele, affascinante e che apre continue possibilità , ma che lascia la sensazione di un meraviglioso ragazzo da poco incontrato, che però non hai potuto conoscere abbastanza perchè non ce ne è stato il tempo o non ce ne sono state le circostanze;

Il risulatato di questa esaltata orgia sociale e culturale è che una delle domande più gettonate durante un party sia “ E tu… cosa fai a Berlino?” – ( di solito accompagnato da sguardo interessato/ vagamente intellettuale) … ?”. Una sera, durante una festa a casa mia, non ne potevo davvero più di sentire la mia boriosa voce ripetere per la centounesima volta :“ lavoro per una NGO che .. blabla. Noia.” , e quindi ho fatto un cambio di programma. Così, per fare un’esperimento.

“E tu?”, ho risposto.
“Io mi occupo di installazioni artistiche; spesso sono impegnato per supportare la lotta del popolo palestinese con varie art performance “ ha detto lui.
“Bravo, che bella cosa”
“ Insomma allora non hai risposto, tu invece che fai qui a Berlino..? ”
“ Io allevo cavalli. Per un circo. Sono cavalli da circo”-  Baaaaaam! Ecco, l’ho sparata. Così.
“Interessante! E cosa fai precisamente?”
“Bhè li allevo no? E poi li vendo ai circhi. Se vedi dei cavalli in un circo, probabilmente sono stata io ad allevarli”

Ora, perchè vi sto raccontando tutto questo stupido sconclusionato aneddoto (nel quale figuro anche evidentemente ubriaca )? Perchè sparare questa balla spaziale rappresentava a modo mio fare un’esperimento. Il fine dell’esperimento era verificare che qui a berlino le persone siano  nelle condizione di poter credere proprio a tutto . E perchè? Perchè hanno avuto la possibilità di vedere davvero di tutto e di più, le realtà più diverse, le trame più rocambolesche e fantasiose.

Ora che conoscete queste basiche, pratiche informazioni sulla città , posso finalmente parlarvi del cielo ( tranquilli non intitolerò questo post “il cielo sopra berlino” come non ho mai intitolato una foto a londra “london calling”). Il cielo di Berlino in estate è ampio , e dà una sensazione di libertà,  la voglia di fare dei grandi cerchi con le braccia e gridare guarda un po’ quant’è grande ! e di fare l’ amore all’aperto.  I palazzi moderni,le strade spaziose, lasciano che il cielo invada d’azzurro e senza intralcio grandi spazi vuoti, tra il profilo grigio di edifici e gru gigantesche.
L’ ex areoporto di tempelhof però è il luogo ideale per riconsiderare l’idea di cielo, di spazio , di grande e piccolo, e l idea di respirare . A tempelhof le nuvole hanno tutto lo spazio per allungarsi con relax lungo la linea del ‘orizzonte. E scusate il sentimentalismo ma questo lo devo aggiungere: in bicicletta, quando a luglio sta facendo sera , pedalando veloci e leggeri verso  la linea del tramonto chiaro e respirando profondamente, ci potete giurare, si può sentire un brivido di  pura , frizzante libertà .

ps. Voglio solo precisare un paio di cose prima di passare e chiudere. 1. l’esperimento è riuscito e il tizio m’ha chiamata il giorno dopo per andare a vedere insieme i suddetti cavalli circensi.  2. E comunque no, non allevo cavalli. Passo e chiudo.